di Fedora Alessia Occhipinti

Non sono del tutto ok, ma credo che nessuna donna lo sia”.

Amy – The Girl Behind The Name, letteralmente la ragazza dietro al nome di Amy Winehouse parlava in questi termini di se stessa. Talentuosa, fragile e tormentata dai suoi stessi problemi quanto dalla pressione mediatica, rivive al cinema in un evento speciale che resterà nelle sale italiane solo per tre giorni: 15, 16 e 17 Settembre. Scomparsa all’età di 27 anni il 23 Luglio 2011, causa una giovane esistenza troppo sregolata, viene raccontata dal regista Asif Kapadia in un documentario emotivo – presentato Fuori Concorso al 68° Festival di Cannes –che ripercorre in modo originale la vita dell’artista inglese. Immagini inedite, filmati privati mai diffusi prima, di amici e collaboratori, che raccontano la storia della vita di Amy Winehouse. Una storia a tinte agrodolci di una ragazza del nord di Londra tenera, timida, e dalla personalità distrutta, con tutti i suoi sogni, le emozioni e i crolli.

Oltre il filone biografico, c’è anche e soprattutto la musica, e il rapporto con essa. Il regista celebra costantemente il talento di Amy, una cantante d’altri tempi catapultata nel successo moderno. Considerata un’aliena, forse troppo sfacciata, ma sicuramente sincera, vera e per questo fragile. La stessa fragilità che insieme ad una storia d’amore devastante l’ha trascinata nel baratro dell’autodistruzione. Il film ci mostra l’impatto realistico dell’abuso di stupefacenti e alcool. “Che noia la vita senza droghe” diceva l’artista britannica ad un’amica la notte in cui vinse 5 Grammy Awards per l’album “Back to black”. Aveva stipulato un contratto con la sua casa discografica in cui era sancito che le sarebbe stato permesso continuare a fare musica a patto che si fosse impegnata a ripulirsi dagli stupefacenti e restare sobria. Amava la musica, più di ogni altra cosa. Il suo scopo nella vita era cantare, poiché la vita stessa le aveva donato una voce preziosa, destinata a diventare mito.

La disintossicazione sarà breve. La fine della devastante storia d’amore con Blake Fieder-Civil, il complicato rapporto con il padre – un uomo assente per troppo tempo, diventato poi ombra tenace e avido protagonista – il vortice dello show-business e la pressione mediatica ci portano dritti al finale del film, il resto poi è storia di cronaca.

Il documentario di Kapadia non fa sconti alle emozioni. Non nasconde né amplifica la storia che tutti già conosciamo. E allora perché andare al cinema a vedere Amy – The Girl Behind The Name? Di certo non perché ci restituisce l’astro di un’artista andatasene troppo presto. Ma perché racconta la persona e la sua psiche oltre il personaggio. Perché ci regala immagini inedite riprese per puntare dritto al cuore. Come il primo piano di una giovane Amy felice e spensierata, che va ad ingrandirsi sempre più mentre scorrono i titoli di coda e in sottofondo suona la cover dei The Zutons, Valerie.

Potremmo dire che si tratta di un’affascinante, struggente, triste e buia rappresentazione della vita di un brillante cantante. Ma sarebbe comunque una considerazione poco esaustiva. È altresì un viaggio nella musica jazz-pop e nell’anima di una delle sue massime esponenti del XXI secolo.

Uno dei suoi tanti tatuaggi recitava “Never Clip My Wings”, non troncare le mie ali. Non c’è falsità e non c’è consolazione per l’epilogo dell’artista, le cui ali hanno smesso di agitarsi con così troppa fretta.


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