Padova – Nell’ultimo secolo, molti studiosi hanno cercato di spiegare le cause che hanno determinano la fine di una società; tra questi ricordiamo sicuramente l’americano Jared Diamond, tra i più importanti geografi e antropologi a livello mondiale. Ha scritto testi importanti tra cui “Armi, acciaio e malattie” (1997) e “Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere” (2005).
Nel 1972, Diamond si trovava in Nuova Guinea e un abitante locale gli fece una domanda: “Come mai voi bianchi avete tutto questo cargo e lo portate qui in Nuova Guinea, mentre noi neri ne abbiamo così poco?”; per cargo si intendono tutti quei beni tecnologici di cui i guineani erano privi prima dell’arrivo dei coloni. Da questa semplice domanda Diamond inizia una lunga ricerca antropologica, archeologica, biologica, molecolare, linguistica che lo portarono alla pubblicazione di Armi, acciaio e malattie, conquistando il Premio Pulitzer per la saggistica. L’autore spiega come il successo delle civiltà europee, che hanno conquistato terre come l’America, l’Africa e l’Oceania, è stato determinato grazie alle condizioni ambientali e alla presenza di grossi mammiferi facili da addomesticare e non per una presunta superiorità dell’intelligenza dell’uomo bianco sui neri, così come affermava il diplomatico francese Joseph-Arthur de Gobineau nel 1855 nel suo libro Saggio sulle ineguaglianze delle razze umane; questo dato era stato tra l’altro già ampiamente dimostrato anche dai progressi della genetica nel secolo scorso. Il colore della pelle e la forma del corpo derivano esclusivamente dalle conseguenze ambientali e climatiche.races1
Secondo Diamond quindi, grazie all’ambiente favorevole dell’Eurasia, si è sviluppata l’agricoltura che ha portato alla nascita delle città e di complesse strutture sociali; gli artigiani hanno potuto fornire spade, armature e armi da fuoco; le classi politiche hanno potuto organizzare eserciti impegnati in guerre di conquista e, aspetto importante, gli abitanti dell’Eurasia avevano sviluppato una parziale immunità verso malattie contagiosi e mortali, grazie allo stretto contatto con gli animali domesticabili, quelle stesse malattie che hanno decimato gran parte dei popoli precolombiani con l’arrivo dell’uomo europeo, più di quanto lo abbiano fatto le armi dei conquistadores. Quindi, mentre in Eurasia le popolazioni hanno sviluppato società complesse favorite dall’ambiente geografico, nelle altre parti della Terra la maggior parte dei popoli hanno continuato ad essere dei cacciatori-raccoglitori.
La tesi presente in Collasso invece, ruota intorno ad una ricostruzione dettagliata di società antiche che sono scomparse perché non si sono preoccupate del fatto che le

loro pratiche non erano ecologicamente sostenibili, un monito che Diamond mette in evidenza anche per le società contemporanee. I Maya ad esempio, con la crescita della popolazione, intensificarono lo sfruttamento del suolo deforestando gran parte del territorio. Il terreno divenne arido e gran parte della popolazione morì per la scarsità di cibo. L’insediamento dei Vichinghi in Groenlandia durò per circa 450 anni ma alla fine scomparvero. Morirono di fame anche se le acque attorno a loro erano piene di pesce perché rifiutarono di abbandonare i loro “valori profondi”, come li chiama Diamond, cioè si rifiutavano di imparare dagli Inuit (Eschimesi) le tecniche della pesca. In sostanza, i Vichinghi cercavano di riprodurre uno stile di vita di tipo europeo basato sull’agricoltura e sul pascolo. Quei valori di coesione del gruppo, di identità e di orgoglio che erano stati giusti e vantaggiosi per la sopravvivenza per secoli nel loro territorio precedente, si rivelarono fatali in Groenlandia, mentre gli Inuit sono ancora oggi presenti nel loro ambiente. Un altro esempio può essere quello degli abitanti dell’Isola di Pasqua che tagliarono tutti gli alberi per costruire dei binari che trasportavano statue di pietra sempre più grandi. Di conseguenza non poterono più costruire canoe per andare a pesca e la mancanza di cibo portò a praticare anche il cannibalismo, fino alla loro scomparsa. Questi sono solo alcuni esempi che Diamond riporta nel suo libro ma possono aiutarci a non ripetere gli errori delle civiltà passate.
Il nostro XXI secolo ha l’urgenza di risolvere grandi problemi come l’inquinamento atmosferico, la deforestazione, l’inquinamento delle acque, lo smaltimento dei rifiuti, la riduzione dei combustibili fossili e l’incentivazione delle fonti rinnovabili e così via. In sintesi, le società possono collassare se i valori e la tecnica non si adattano ai cambiamenti sociali e ambientali. A tal proposito il filosofo Umberto Galimberti da anni indaga il rapporto che sussiste tra l’uomo e la società della tecnica. Purtroppo oggi l’uomo non controlla più la tecnica, anzi il rapporto sembra proprio che si sia capovolto; ci siamo adattati alle comodità della tecnica, che è solo un “fare prodotti”, e abbiamo perso di vista l’etica. L’unica speranza sarebbe quella di recuperare il valore umanistico ed etico della scienza, che a differenza della tecnica, può tener conto di tutto ciò che è ambiente, natura.
Oggi, il collasso delle società contemporanee può essere determinato anche da un sistema economico-finanziario. Anche Alain Touraine, sociologo francese, auspica un’etica che sia capace di ridare un senso al vivere e all’agire collettivo. Purtroppo la tecnica ha promosso il trionfo del capitalismo finanziario e speculativo che sottrae capitali agli investimenti produttivi, mercificando ogni risorsa ambientale. Se nel medio temine questo sistema impoverisce i Paesi più poveri, come sta accadendo, a lungo temine ci saranno ripercussioni anche nel mondo occidentale. A differenza dei Maya, dei Vichinghi e dei polinesiani dell’Isola di Pasqua che sono implosi all’interno dei loro confini, oggi con la globalizzazione possiamo avere gravi ripercussioni anche se accade qualcosa lontano da noi come ad esempio il crollo della borsa di Tokio, la decrescita dell’economia cinese o una crisi petrolifera nei paesi arabi; lo stesso Diamond avverte: “Spesso la gente, e in modo particolare gli economisti e chi lavora nel mondo del commercio, pensano alla globalizzazione come qualcosa di positivo. Pensano alla globalizzazione come il modo in cui noi degli Stati Uniti andiamo da loro, laggiù nel terzo mondo a portare le nostre buone cose, come le bottiglie di coca-cola o Internet. Però dimenticano che la globalizzazione significa anche che noi siamo dipendenti, che siamo ostaggi di molti altri Paesi e che anche altri Paesi possono mandarci cose negative, come i loro terroristi, o le loro malattie, o i loro immigrati illegali che si muovono negli Stati Uniti e in Europa, in Repubblica Dominicana e a Panama”.


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