Afrin e l’indomabile silenzio creato dall’Orientalismo

Ancora #AroundTheCorner per parlare di Medio Oriente. Perché non sappiamo nulla su Afrin? Si tratta di un luogo nella Siria settentrionale che ha attirato l’attenzione della comunità internazionale.

Orientalismo è la cornice che racchiude l’immaginario creato dall’Occidente per descrivere l’altra parte del mondo, che ad esso si contrappone, ma per sua scelta. I migliori valori sono quelli occidentali, la democrazia ed il monopolio della libertà sessuale sono occidentali, persino i vizi sono considerati pregi se occidentali. In questa parte del mondo si respira aria pulita. Pulita quasi quanto le nostre coscienze. Dunque cosa importa sapere che non molto distante da qui, ad Afrin, si sta combattendo una guerra con armi impari?

ANF Images

Importa eccome. Perché coloro che hanno permesso lo smantellamento delle principali basi dell’Isis, il principale nemico dell’Occidente, sono sotto scacco da parte di uno dei principali partner commerciali dell’Occidente: lo stato Turco. Da un paio di mesi, la città di Afrin è stata assediata. L’operazione si chiama “Ramoscello d’Ulivo” e vede come principali bersagli il PYD e il gruppo YPG, che avevano reclamato il distretto come parte integrante del Rojava. Sebbene la Turchia abbia dichiarato di combattere contro l’Isis, che tuttavia non ha basi ad Afrin, le ragioni dell’operazione hanno radici nell’ostinato desiderio della Turchia di non veder sorgere uno stato curdo, soprattutto a ridosso dei suoi confini meridionali.

E intanto, se è il sessismo feroce (così palesemente inesistente in Occidente) che vogliamo combattere, allora perché non abbiamo il coraggio di schierarci contro questo?

«Una donna che non si abbellisce per il marito e che non obbedisce all’uomo può essere picchiata; questo le ricorda chi comanda in casa casa. E’ come una medicina.» – sono le parole di Hasan Çalışkan (ex dipendente dell’Ufficio per gli affari religiosi chiamato Diyanet), contenute nel suo libro “Matrimonio e vita familiare”, pubblicato in Turchia.

Dilar Dirik non ha dubbi: è arrivato il momento di boicottare la Turchia. Dopo 58 giorni, la resistenza in Rojava è ancora forte e si è trasformata in una guerriglia, racconta. Forse Afrin sarà un’altra Kobane: dopo l’occupazione potrebbe fiorire un progetto ancor più radicale e democratico, come prodotto dell’autodeterminazione di quella piccola tessera nel grande puzzle del Kurdistan. L’intervista integrale qui.

Afrin
Da: IlSole24Ore

Nel frattempo, però, l’intervento di Usa, Uk e Francia dello scorso 14 aprile ha minato la possibilità di risoluzione pacifica del conflitto. L’obiettivo era quello di attaccare le strutture strategiche dove venivano custodite le armi chimiche, controllate da Bashar al-Assad. Un intervento che i ministri degli Esteri di Russia e Cina hanno pubblicamente condannato perché in chiara violazione del diritto internazionale e per di più al termine del conflitto contro l’Isis. Il ministro russo Lavrov ha anche duramente aggiunto: «Per tutti gli osservatori imparziali, dovrebbe essere ovvio che queste azioni avevano lo scopo di interrompere l’indagine dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche e minare le tendenze positive che stavano iniziando a rafforzarsi, in gran parte grazie al lavoro dei paesi garanti: Russia, Iran e Turchia». Intanto gli Usa non hanno intenzione di lasciare il paese; secondo il Wall Street Journal, Trump vorrebbe che le forze arabe prendessero il posto delle milizie statunitensi nell’area.

Il ritrovamento di una fossa comune a Raqqa fa rabbrividire e riporta la memoria storica europa indietro nel tempo, quando all’indomani della Seconda Guerra Mondiale venne fatto pubblico giuramento affinché quell’esperienza non si ripetesse mai più, in nessuna parte del mondo.

I curdi siriani ispirano la propria lotta alla Resistenza partigiana italiana e molti osservatori hanno riscontrato affinità tra le due battaglie di liberazione.


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