Addio MaMasika, “mamma degli stupri”

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di Fedora Alessia Occhipinti

Vittima, attivista ed eroina. Masika Katsuva era una donna piccola nell’aspetto, ma grande nel coraggio e nell’ambizione di riscattarsi. Di difendersi e di difendere tutte le donne vittime di abusi. Nel 1998, insieme alle due figlie poco più che adolescenti, era stata violentata da un gruppo di combattenti appartenenti alle formazioni armate che seminavano terrore tra le popolazioni de Rwabda, Uganda e Burungi. Il suo corpo è stato violato quattro volte, in una delle quali i soldati uccisero l’amore della sua vita, il marito, e le sue due figlie rimasero incinte.

Le donne vittime di violenze simili difficilmente, in realtà come quelle rurali, riescono a “venirne fuori” con così tanta audacia. Masika no. Nel 1999 ha deciso di fondare una associazione, l’APDUD, sigla che in francese sta per Association des Personnes Desherites Unies pour le Development, la cui sede altro non era che casa sua a Buganda, in un villaggio nella provincia del Sud Kivu nella Repubblica Democratica del Congo. Oltre seimila le donne assistite da Masika e dalla sua associazione nel corso di questi anni: in povere capanne costruite grazie a sporadiche donazioni offriva assistenza sanitaria, aiuto concreto per far crescere i bambini frutto delle violenze sessuali, e puro e indispensabile ascolto. Ha insegnato loro un mestiere, ad amare i loro figli e a non farsi del male. Una scelta coraggiosa che ha pagato a caro prezzo: la morte della madre, violentata, prima ancora rapita ed infine uccisa.  «Con il mio operato in questi anni ho voluto dire a tutte le donne che hanno subito uno stupro come me, che non è la fine. Si può iniziare di nuovo, come ho fatto io. Nonostante tutto quello ho passato, sono ancora in piedi e se ce l’ho fatta io, possono farcela anche loro» affermava Masika in uno dei suoi interventi a Dublino nel 2013.

La violenza sessuale nell’Africa Centrale è una sorte che spetta quasi ad una donna su tre al minuto. Nella Repubblica Domenicana del Congo lo stupro è considerato un’arma di guerra per mettere a tacere le donne, e quelle violate sono più di 400.000 ogni anno. Sebbene nel 2005, il Congo, abbia firmato “Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura”, di fatti non si è mai attenuto agli obblighi dell’accordo. Uno su tutti, l’istituzione di un organo nazionale per la prevenzione dei maltrattamenti e la protezione delle vittime.

La scelta di Masika di opporsi alla violenza intellettuale delle istituzioni è stato un atto di coraggio sociale. La sua vita, ogni giorno a rischio, barattata per salvarne altre cento. E nemmeno lo spauracchio di cedere alla più grande delle minacce: la morte.

Nel 2010 Amnesty International le attribuiva il premio Ginetta Sagan, per il suo costante impegno nella difesa dei diritti umani. Nel 2013 ha elevato la sua voce contro l’assoluzione di diversi soldati imputati per stupro, durante il clamoroso processo di Minova. «Quando ho sentito il verdetto, ho sentito una sensazione di grande delusione. E in quel momento ho capito che non c’era giustizia nel mio paese. » Nel 2015, le organizzazioni LolaMora Producciones e Femme au Fone hanno prodotto e realizzato un video in cui Masika richiede la riapertura del caso.

Due giorni fa – il 9 Febbraio – dopo 18 anni di lotte e alla soglia dei 50 anni, a causa di complicanze dovute alla malaria, ha lasciato l’inferno sulla terra per sempre.

Addio MaMasika, noi donne di tutto il mondo ci sentiremo, da oggi, ancora più indifese.


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