Addio a 17 milioni di sorrisi. Le vittime dell’Olocausto nel giorno della memoria

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Quando pensiamo all’Olocausto, ci vengono in mente le immagini dei film come La
vita è bella, Il diario di Anna Frank, Schinder List, di volti emaciati, privati della
loro essenza di esseri umani, senza capelli, senza speranze, immagini di bimbi nelle
loro divise a righe, il fumo dei forni crematori, il filo spinato, le stanze con cubicoli
come loculi in cui si dormiva ammassati.

Sono immagini, però lontane, che vediamo nello schermo, tragedie che non ci appartengono. Ciò che non siamo in grado di capire all’istante, è la portata di tale evento, in termini di numeri e di perdite. Non dieci, cento o mille. Sono ormai stimati tra i 15 e i 17 milioni le persone deportate, torturate e uccise tra il 1933 e il 1945. Il regime non si scagliò solo contro gli ebrei, ma anche contro rom, disabili, dissidenti politici e omosessuali. Come si fa a figurarsi 17 milioni di persone? Impossibile.

Cerchiamo di capire. Il Lazio, ad esempio, conta circa 6 milioni di abitanti, dunque sterminare 17 milioni di persone equivale a radere al suolo tre regioni come il Lazio. Eppure visivamente non riusciamo ad immaginarci ancora di quante persone si tratti. Esempio più utile, lo stadio: se pensiamo che ogni stadio in media ospita 30.000 persone, dovremmo immaginarci lo sterminio di 566 stadi.

Inoltre, quando pensiamo ai campi di concentramento, ci viene in mente solo
Auschwitz, uno dei simboli del massacro. In realtà i campi e le strutture allestite in
tutta Europa furono ben 42.500.

Uno dei primi ad esprimere l’odio antisemita fu Hitler che nel 1925 pubblicò le sue
teorie sulla razza nel volume Mein Kampf. Inizialmente ignorato, divenne popolare
in Germania quando Hitler conquistò il potere politico nel 1933. Lo sterminio degli
Ebrei in Europa richiese in primo luogo un’individuazione dell’obiettivo da colpire:
furono elaborate pertanto una serie di disposizioni amministrative per distinguere gli
ariani dai non ariani. Nascono così le prime leggi razziali, che portarono
all’esclusione e alla ghettizzazione di tutti gli ebrei, fino a giungere alla deportazione.
Agli ebrei non fu più riconosciuto alcun diritto, a cominciare dal lavoro. L’unica
soluzione, la morte. Una vera e propria “pulizia etnica” che non risparmiò nessuno,
neanche donne e bambini. Hitler e i tedeschi nei panni di Dio, con il potere di puntare
il dito e deliberare sulla vita e sulla morte.

17 milioni le vite distrutte. Meno brutale forse la guerra, in cui almeno può alzarti e
combattere, e la dignità di morire combattendo. Il calvario invece dei deportati fu
infinito, una tortura lenta e dolorosa: ammassati prima in treni merci, denudati e deprivati dei loro beni e della loro identità, sottoposti a lavori disumani, e infine cenere in un forno, o morti asfissiati nelle docce di gas. Ebbene l’uomo è stato capace di questo incommensurabile atto di orrore.

Ecco perché il giorno della memoria, ogni anno, il 27 gennaio, per non essere ciechi, per non dimenticare. C’è chi il dolore lo porta ancora nelle proprie ossa, i pochi
sopravvissuti ancora qui per raccontare. La scelta di questa data perché fu quel giorno
che le Forze Alleate liberarono Auschwitz dai tedeschi. Al di là di quel cancello
apparve l’inferno, e il mondo conobbe per la prima volta quell’orrore in tutta la sua
brutale realtà.

Ricordare, commemorare, dunque, è il minimo che noi oggi possiamo fare. Ciò non
cancellerà la brutalità del passato, non riporterà quelle persone in vita, ma renderà il
loro ricordo eterno attraverso la nostra memoria. Mi piace immaginare che tutti loro,
specialmente i bambini, abbiano oggi un posto privilegiato oltre le nuvole, e che
siano tra gli angeli più belli.


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