Pochi giorni fa a Torino i ricercatori “non strutturati” hanno iniziato uno sciopero al contrario. In quell’occasione Silvia De Francia, ricercatrice, ha dichiarato che oggi il 60% dei lavoratori nelle università italiane ha un contratto precario, senza indennità di disoccupazione, diritto di malattia e continuità contrattuale. Ragion per cui per “costruire un salario” i ricercatori sono costretti a dover svolgere tutta una serie di attività che non hanno nulla a che fare con la ricerca, la materia prima su cui vengono valutati. Tutto ciò è stato reso possibile dal JobsAct che ha esteso, è vero, l’indennità di disoccupazione, ma non a tutti: i lavoratori a contratto a progetto, a co.co.pro., hanno ottenuto l’indennità ma gli assegnisti e i precari della ricerca no.

Oltre La Manica la situazione è decisamente differente. All’Imperial College Longon esiste un progetto di ricerca dal titolo Undergraduate Research Opportunities Programme: un programma di ricerca per i non laureati, che si svolge per lo più a semestre finito, e che offre agli studenti, anche del primo anno, di poter collaborare a stretto contatto con altri ricercatori e di poter guadagnare ben 250£ a settimana. L’obiettivo è quello di mettere in pratica l’entusiasmo che si nutre verso la materia studiata.  Le facoltà prese in considerazione sono Scienze Naturali, Ingegneria e Medicina (le uniche tre discipline presenti all’Imperial), che in Italia rappresentano, in ogni caso, i settori più finanziati in rapporto con l’area umanistica, lasciata a se stessa.

I fondi arrivano dal dipartimento, da borse di studio, da premi di ricerca, e, soltanto in ultima istanza, da un finanziamento personale da parte dello studente. Addirittura ricorrono ad un doppio schema in alcuni casi: 50% Facoltà – 50% Supervisore/Dipartimento, 50% Sponsor 4Industriale – 50% Supervisore/Dipartimento. Anche agli studenti in Erasmus è estesa questa opportunità attraverso un percorso di traineeship/placement ovviamente non finanziato e non retribuito dall’Imperial.


ReasearchItaly
riporta alcuni dati dell’Eurostat: in Italia si investe l’1,3% nella ricerca; vengono depositati appena 73 brevetti per milione di abitanti. Eppure l’ 1,52% degli occupati italiani lavora nel settore della Ricerca e dello Sviluppo, un risultato solo lievemente inferiore a quello della media europea, un dato che sottolinea quanto il definanziamento sia un grave errore di calcolo.


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