“A me pare che il mondo resti fermo. La storia di un Primo Maggio”

di Patrizia Sereno

libro Primo Maggio

A mio modesto parere, del Primo Maggio – come per il 25 aprile – va riscoperto il significato, se davvero si intende restituire un senso alla festa, se davvero si intende ridare alla ricorrenza una pienezza che il tempo ha minato sin dalle fondamenta.

<<Alcune curve possono essere cancellate da scorciatoie>>, scrive Maurizio de Giovanni (arcinoto il mio amore letterario per questo autore!) ne “I guardiani”. La curva larga, troppo larga che una certa storia banalizzata sta prendendo può essere cancellata dall’unica scorciatoia possibile: il radicamento del presente a ciò che è stato il passato. In soldoni, tutto sta nel restituire alla memoria il suo valore fondante. Alternativa non c’è. O meglio, in ballo c’è il pericolo – serio – di finire con l’alimentarsi e con l’alimentare vuoti rituali, grossolane sagre di paese della forma senza la sostanza che non giovano a niente e a nessuno.

Ho la presunzione di individuare in questo l’obiettivo, il fine ultimo del volume “A me pare che il mondo resti fermo. La storia di un Primo Maggio”. L’opera richiedeva una seconda edizione. Ed il lavoro, lodevole, è stato portato a compimento. Domani sera la presentazione nel salotto letterario della Mondadori di Via Matteotti a Nocera Inferiore. Con il passaggio ideale del testimone da una generazione all’altra, in un abbraccio ideale di ben tre generazioni: in principio furono gli appunti di Galante Oliva su un Primo Maggio unico nel suo genere (quello di Nocera Inferiore), a seguire la revisione e la riproposizione da parte di uno dei figli di Galante, Mimmo, infine – per ora – la rivisitazione del nipote Galante Teo, giovane e promettente storico.

            In questo libro sono raccolti i pensieri e gli appunti (1956-1974) di Galante Oliva sul Primo Maggio a Nocera Inferiore, con uno squarcio di Europa, in occasione di una festa dei lavoratori vissuta da Galante in Germania, nelle vesti di capo della delegazione della Fiot nella RDT (1° maggio 1961). Al centro Nocera, città che si presentava e si presenta come uno dei centri più importanti dell’intera provincia. E da Nocera – da quella piazza antistante il liceo classico citato finanche nel celeberrimo “Ceravano tanto amati” di Ettore Scola – Galante Oliva, l’<<uomo di pianura>>>, snocciola le sue riflessioni capaci di dare un respiro europeo e mondiale alle vicende locali, di creare un raccordo esistenziale tra storie di lotte operaie e di rivendicazioni sindacali (fatti che accendevano i riflettori su realtà produttive del posto, come la Di Florio, le MCM, la Gambardella, tanto per citarne alcune) e la situazione tumultuosa che si viveva ovunque uomini e donne salissero sulle barricate per invocare democrazia e libertà contro regimi filofascisti: dalla Spagna al Portogallo, al Cile. Con inevitabili richiami all’effetto “periferico” della disastrosa impresa militare in Vietnam, all’onda lunga del braccio di ferro USA-URSS. E’ da lì, da piazza Cianciulli che Oliva (che avrebbe poi pagato con l’esilio forzato della sua famiglia per ragioni di sicurezza) denuncia la presenza della camorra, il tentativo di radicare i tentacoli messo in atto dall’anti-Stato, negli opifici.

In sede di ricerca storica è auspicabile continuino le discussioni sull’ideologia e sull’azione politica che il Primo Maggio sottende. Ma quando si celebra (come quando si commemora, tanto per richiamare l’iniziale collegamento ideale con il 25 aprile) bisogna sapere essere in grado di individuare il significato più alto della festa dei lavoratori, mettendo al bando ogni miopia storica, ma anche ogni superficiale tentazione nella direzione della svalutazione. Il Primo Maggio – questo il messaggio che parte da “A me pare che il mondo resti fermo” – è stato (e potrebbe tornare ad essere) un’idea, un sussulto morale, la rivalsa contro tutto ciò che ha rinnegato e rinnega l’uguale dignità delle persone, che annichiliva ed annichilisce la dignità della donna, che sviliva e svilisce il libero confronto del pensiero. Una summa che non è monopolio indiscusso di un partito, di una fazione, di una certa fascia sociale, ma che è la base della convivenza delle persone libere. Il segreto sta nel capire che c’è una differenza abissale tra “stare fermi” e “subire”.

Come mi è già capitato di affermare per altre opere pubblicate da Polis Sa, a partire della mia “C’era una volta …la festa”, l’obiettivo è quello di lanciare un sasso nello stagno della riflessione, del confronto, affinché i cerchi concentrici che nascono da quell’atto possano contribuire a riempire la semi-svuotata categoria mentale della democrazia partecipata, per restituire la dimensione dell’agorà come luogo privilegiato di esercizio democratico en plein air.


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