A Bologna Frida Kahlo: l’arte che parla di amore e politica

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Bologna è un fiume in piena dal quale lasciarsi attraversare. Il fiume della storia che ti prende sotto braccio, ti solleva i polpacci, ti stringe le dita, annusa il tuo collo. Ti guarda le caviglie e abbozza ad un sorriso. Bologna è partigiana, rossa, è il 77, Andrea Pazienza, Francesco Lorusso, la fine del movimento, la P38, il non senso carico di senso. È Penthotal, Zanardi, è fumo, assenzio, Sartre, Fo, Rame ed Eco. È letteratura sotto ai portici, amore tra le torri, tortellini ripieni di comunismo, anche quello messicano condito col sangue di Trotzky.

Bologna è Frida e Diego, più Frida che Diego. Le calle, le scimmie, la casa azul come i capelli di me ragazza, le università, le occupazioni di ieri e di oggi, narrate con la stessa distrazione. Bologna è la rivoluzione sui muri della memoria. È azione, intesa come possibilità di esserci, spazio politico da raccontare.

Ecco perché la mostra, proveniente dalla collezione Gelman, ospitata a Palazzo Albergati fino al 26 marzo dedicata ai capolavori di Frida Kahlo e Diego Rivera, non può essere fruita se non incastonata come un diamante tra le strade di una città che ancora trasuda la sua naturale vocazione democratica e rivoluzionaria. Sempre che i due concetti assieme possano essere assimilati in una sana e tumultuosa sintesi.  E allora, se passate dalla città rossa, passate a salutare due artisti straordinari. Il panzon e la sua farfalla. Scoprirete un amore che ha saputo raccontare la vita, perché l’esistente va scoperto tra gli anfratti del dolore, tra i tradimenti, i ritorni, le ferite, i capelli tagliati, le trecce profumate, i cactus con le mammelle, gli occhi dorati della voluttà sensuale. Gli aborti che narrano uteri vuoti, un inno alla vita che è la speranza di amare o di ritornare a farlo… nonostante tutto. La potenza della tradizione e il mito americano, lo stalinismo e le sue storture, la morte, l’abnegazione. Il leninismo.

Ma non soffermatevi sul gioco borghese dell’ispirazione, dell’icona da imitare. I vestiti ispirati a Frida, roba da passerella sdrucciola, da Ferré a Valentino, un’offesa all’artista stessa e al suo credo. Da quelle stanze passate velocemente, non sostate. Sembra l’allestimento poco riuscito di uno dei tanti musei demoetnoantropologici, con al centro la ricostruzione del letto di vita e di morte dell’artista. Un baldacchino buttato lì senza alcun senso storico. Non lasciatevi risucchiare dalle sirene della perfezione. Frida non era bella, era uno scricchiolo di donna coi baffi e le sopracciglia a volo di gabbiano. Avvolta nel suo Tehuana, una dea azteca piena di gioielli che annunciavano il suo arrivo. Merletti e fiori, anelli all’indice, falce e martello sul gesso, stringhe, fiori, animaletti, natura morta e forme falliche. Piedi senza dita, occhi di cervo ferito, l’addolorata che tiene in grembo il suo amore perduto, mentre la natura albeggia cercando il suo tramonto.

E il sole dorme sugli amori finiti, su quelli inesplosi, rigurgitati all’alba con la fretta del non detto. Questa è la Kalho, catturata bene da Muray con le sue foto a colori che vi si apriranno dinanzi al secondo piano della mostra… ma ancora più struggente un’immagine di Weston, buttata lì tra decine di altri bianco e nero. Come se il fotografo, compagno di Tina Modotti, meritasse questa fine anonima. Insomma l’allestimento della mostra non è dei migliori, a parermio, ma la bellezza delle opere è superiore ad ogni tentativo di ingabbiare la cultura messicana e la sua arte dentro canoni borghesi con gli occhi di chi volteggia nell’orizzonte del capitalismo. Soffermatevi sui disegni, sulle immagini di repertorio, meno sulle didascalie che in breve vorrebbero avere la presunzione di raccontare la militanza complessa di Diego e Frida. La seduzione vera sta nel riuscire a catturare lo sguardo di un tempo lontano che narra ancora tutta la potenza della verità e dell’amore, dell’immortalità dell’arte e delle anime belle.


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