di Maria Cristina Orga

È passato poco più di un anno dalla grande mobilitazione del 5 maggio 2015, quando il 99% del lavoratori della Scuola Pubblica scesero in piazza per gridare forte al Governo in carica, e soprattutto ai cittadini, che la legge 107 avrebbe distrutto uno degli ultimi baluardi di legalità e di cultura: la Scuola Pubblica. Che non è un’azienda e non può essere “governata” come tale, con spietate leggi di mercato e col pensiero unico degli yes men. Perché la cultura ha sempre fatto paura. E le menti pensanti terrorizzano i “potenti”.

Lo scorso anno, chi doveva intendere il messaggio, lo ha capito così bene, che, terrorizzato, ha alzato il tiro. E ha stretto il cappio più forte. Divide et impera e non sbagli mai. Questa è la logica. E quindi c’è stato bisogno di tornarci, in piazza, con il cuore colmo di amarezza e lo sguardo lucido e chiaro di chi sa di essere nel giusto.

Fa sempre un certo effetto esserci.2016-05-20-PHOTO-00000045

Unire la tua voce al coro di silenzio che è dissenso non muta accettazione di una non più mutabile meschina condizione.

Unire i tuoi passi a migliaia d’altri passi all’ombra di fuoco d’una bandiera che continua pervicace ad aver senso. E a darne. Sarebbe atroce l’inverso. Intollerabile.

Rispondere a un appello ad una chiama. Una delle ultime. Dire “Sto qua”. Senza mai domandarti se ha ancora un senso. E per i furbi o gli sconsiderati sei solo un’utopista un po’ datata.

Scendere in strada e camminare lenti. Scandire i passi coi groppi che hai alla gola. Essere sola e sola non sentirti. Eppure sai che dura qualche ora, che con il tuo cucchiaio non svuoti il mare, che avresti anche tu meglio da fare, giacché il lusso del tempo oggi lo paghi a prezzo pieno. E ne vai fiera. Nel tempo degli slogan, brucia e consuma e dopo passa appresso, fa sempre effetto esserci. Contarsi. Dolersi per le assenze, gioire di quei volti su cui il tempo e la passione non passano invano. E sono lì. Camminano con te. All’ombra d’una bandiera e della tua utopia. Di dare senso vero alle parole. Il senso antico, primigenio, onesto.2016-05-20-PHOTO-00000049

Oggi che le parole sono rumore di fondo, voci indistinte, lingue straniere, mantra ipnotici nel migliore dei casi. E nel peggiore. Parole pesanti, parole assenti, parole parato a tappezzare il nulla.

Ma oggi in questa piazza e in altre cento, le parole si accendono come fari, sfidano il buio e il vento repressivo, infiammano i cuori di chi un cuore ancora ce l’ha e per questo è qua.

Costituzione, Democrazia, Dignità, Professionalità, Pari Opportunità, Scuola, Ricerca, Cultura, Legalità, Inclusione, Empatia, Condivisione, Partecipazione, Futuro. E la più bella di tutte. Immobile e ieratica che tutte le altre affianca con orgoglio pervicace: Pubblica.

Cioè di tutti, anche di chi ieri non c’era, anche di chi non si accorgerà di nulla perché troppo preso dalle sue cose o perché di nulla si accorge. Anche di chi continua a credere che Pubblico voglia dire di nessuno, e quindi Inutile. Inutile come Libertà, Diritti, Doveri, Uguaglianza, Solidarietà, Stato, Democrazia.

Inutile come Esserci.

Noi c’eravamo. Anche se forse è inutile. Come ci siamo ogni mattina, in classe, con la passione intatta, le tasche vuote e l’anima in subbuglio, convinti ancora che Scuola e Pubblica siano tutt’altro che parole inutili.


*Se hai trovato un errore di ortografia, può avvisarci selezionando il testo e premendo Ctrl+Invio.

Comments

comments