Lidia Macchi – un omicidio ancora irrisolto dopo trent’anni!

Stefano Binda è a sua volta una vittima?

 

A distanza di trenta anni non è ancora certa la verità sull’assassinio di Lidia Macchi e, recentemente, nuovi risultati hanno disseminato ulteriori dubbi su quanto stabilito finora.

 

“Crimini e omicidi – il fascino dell’oscurità” cerca di fare almeno chiarezza su come si sono svolti finora i fatti.

 

Lidia Macchi, vent’anni, fu uccisa tra il 5 e il 6 gennaio 1987 con ventinove coltellate. Il suo corpo fu ritrovato a Cittiglio, località Sass Pinì. Il pomeriggio si era recata a far visita a un’amica, Paola Bonari, ricoverata all’Ospedale di Cittiglio.

Il giorno della sua morte coincide con la perdita della sua verginità, ma contrariamente a quanto si potrebbe frettolosamente dedurre, non è provato che l’uomo con cui ebbe il suo primo rapporto sessuale, sia anche il suo assassino.

Lidia Macchi era una studentessa alla Statale di Milano e militava in Comunione e Liberazione, il gruppo retto dal 1966 al 1986 da Don Fabio Baroncini. Con lei Stefano Binda, tossicodipendente, oggi cinquantenne, compagno di Liceo e di Comunione e Liberazione. Stefano Binda si trova in carcere dal 15 gennaio 2016 accusato di essere l’assassino di Lidia. L’uomo sostiene che fino al 5 gennaio 1987 si trovava in vacanza a Pragelato.

Stefano Binda – Fonte: velvetnews.it

Il Presidente della Corte d’Assise è Orazio Muscato e i periti sono l’antropologa forense all’Istituto di medicina legale di Milano Cristina Cattaneo, Giampietro Lago, Comandante dei RIS di Parma, Alberto Marino, Maggiore dei RIS e Elena Pilli dal Dipartimento di biologia evoluzionistica dell’Università di Firenze. A detta dei suddetti esperti, «Niente del materiale biologico analizzato durante la perizia è ascrivibile a Stefano Binda».

Tutto da rivedere, quindi.

L’incidente probatorio è stato presentato la scorsa settimana al GIP Anna Giorgetti. Dalla salma riesumata di Lidia Macchi, infatti, sono stati isolati seimila capelli e formazioni pilifere. Tra queste sei non appartengono né alla vittima, né ai suoi familiari, ma sono anche sei formazioni pilifere prive di bulbo e quindi su cui è impossibile intervenire con un confronto del DNA dell’accusato. Quello che viene fatto in questi casi è un esame di comparazione. Questa volta l’esito è chiaro: la statistica indica la possibilità di compatibilità parziale con circa il 10% della popolazione ma, tra questi milioni di persone, è comunque da escludere Stefano Binda.

Inoltre pare che anche il momento del decesso sia da ristabilire. Dal 1987 a oggi molti sono i progressi fatti dalla scienza e quindi, secondo la Dottoressa Cristina Cattaneo, rispetto a quanto stabilito allora da Marco Tavani, Direttore dell’Istituto di medicina legale di Varese, la morte di Lidia Macchi dev’essere spostata in avanti di un’ora.

Mentre Marco Tavani sosteneva che Lidia Macchi fosse stata uccisa nell’arco di tempo compreso tra dieci e quindici minuti dopo il suo primo rapporto sessuale, Cristina Cattaneo sostiene che bisogna considerare un tempo compreso tra i trenta minuti e le tre ore successive. Questo confuta la certezza che la persona con cui la Macchi ebbe il rapporto sessuale possa essere la stessa che l’ha uccisa.

 

Altri dubbi vengono sollecitati anche da una nuova testimonianza di Paola Bonari, l’amica di Università di Lidia Macchi, che afferma come un’altra sua amica, Daniela Rotelli, le avesse confidato che un ragazzo, tale Lelio, le aveva detto di essere l’omicida. Quanto affermato dalla Bonari è avallato dall’intercettazione di una telefonata avvenuta nel 2016, esattamente il 9 febbraio alle ore 21:38; quindi poco dopo l’arresto di Stefano Binda. Nel corso della telefonata la Rotelli dichiara di aver ricordato l’episodio riportato a Paola Bonari. Entrambe pensano a una menzogna detta al solo scopo di attirare l’attenzione.

Perché non hanno parlato prima?

 

Il 15 febbraio dell’anno scorso torna la figura di Don Fabio Baroncini, interrogato per l’incidente probatorio.

Il caso specifico è quello di alcune lettere scritte da Lidia Macchi a Don Baroncini. In una risalente al gennaio 1986, che il prete non ha mai ricevuto e che la famiglia della ragazza ha deciso di far pubblicare, si legge: «In questo presente io sono continuamente ricondotta da qualcosa che mi è capitato circa un anno fa, cioè di innamorarmi e il mese scorso io credevo di essermi finalmente liberata da quella pugnalata che mi è capitata a tradimento quando meno me lo aspettavo, credevo di esserne veramente libera perché il vederlo non provocava in me reazioni di nessun tipo e mi sembrava che tutto si fosse pacificamente dissolto, nel tempo poi si sa la lontananza fa la sua parte, insomma potevo starmene tranquilla. Però questo amore ha in sé una grandezza che io non gli ho dato e che in realtà non comprendo neppure, ma vedi se fosse per me ne farei volentieri a meno e se fosse per lui credo che se io scomparissi dalla faccia della terra ne sarebbe sicuramente felice o forse non se ne accorgerebbe nemmeno». Il riferimento è Stefano Binda?

Il 10 gennaio 1987 all’indirizzo dell’abitazione Macchi viene recapitata una lettera anonima. Il titolo della poesia in essa contenuta è: In morte di un’amica; in fondo al foglio il simbolo di Comunione e Liberazione, ma disegnato al contrario. Mentre gli inquirenti hanno sempre sostenuto che fosse stata scritta o dall’assassino, o comunque da qualcuno a conoscenza dei fatti, un altro sacerdote, Don Sotgiu, ex compagno di liceo di Stefano Bitta, di fronte alla Corte d’Assise asserisce che lo stile dello scritto non è assolutamente riconducibile a quello dell’accusato, così come la grafia.

Lettera “In morte di un’amica” – Fonte: fronte del blog

La testimonianza del teste non è però stata giudicata valida perché corollata da troppi “vuoti di memoria”.

Non è comunque neanche certo il rapporto tra Lidia Macchi e Stefano Binda. L’amore in erba della giovane potrebbe non essere stato lui. La madre della ragazza, Paola Bettoni, afferma infatti che la figlia fosse innamorata di un altro ragazzo, Angelo Sala, più grande di Lidia, che stava terminando i propri studi in Belgio.

Il 3 novembre 2017 una lettera in realtà anonima, sebbene firmata fittiziamente G. Bianchi, è arrivata presso lo studio dell’avvocato Patrizia Esposito, difensore, insieme a Sergio Martelli, di Stefano Binda. Nel testo, scritto con un normografo, viene chiesto al legale di effettuare indagini verso Don Antonio Costabile. Nel 1987 il sacerdote era stato indagato, ma la questione su di lui fu archiviata nel 2014.

Gemma Gualdi, Procuratore generale, ha chiesto l’esclusione della lettera dagli atti processuali e il reato di depistaggio.

 

Stefano Binda, che ha spontaneamente dato il proprio DNA due volte, si è sempre dichiarato innocente.

 

“Crimini e omicidi – il fascino dell’oscurità” resta in attesa di ulteriori sviluppi per potervene mettere a parte.

 

L’immagine di copertina è presa da ilgiorno.it

 


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